
Quando la politica comincia a misurare gli elettori attraverso il curriculum scolastico, il terreno diventa inevitabilmente scivoloso.
Stefano Bonaccini, ragionando sul consenso raccolto dal centro destra in Italia e in altri Paesi occidentali, ha affermato che quel voto arriva in modo maggioritario da chi ha studiato poco, vive nelle aree interne o nelle periferie e si trova in condizioni economiche più difficili.
Giorgia Meloni ha replicato affermando che molti italiani hanno invece «studiato sulla loro pelle» le conseguenze delle politiche della sinistra.
Bonaccini ha poi precisato che la frase era stata estrapolata da un ragionamento più ampio: la sua voleva essere soprattutto un’autocritica rivolta alla sinistra, sempre meno capace di rappresentare i ceti popolari.
Studiare poco non significa essere meno intelligenti, meno informati o incapaci di comprendere la realtà. Il titolo di studio racconta una parte della vita di una persona, non ne certifica il valore e neppure la consapevolezza politica.
Il voto, del resto, non è un esame universitario. Dentro una scelta elettorale entrano il lavoro, la sicurezza, le tasse, i servizi, le delusioni e persino la sensazione di essere ascoltati oppure ignorati.
Il vero problema, quindi, non è stabilire se gli elettori di centro destra abbiano studiato più o meno. È capire perché una parte della politica abbia smesso di parlare a persone che un tempo considerava il proprio mondo di riferimento.
Quando invece di ascoltarle si ha l’impressione di giudicarle, la distanza non può che aumentare.
Nel video sotto la mia analisi.
Max Poli
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