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8 Agosto 2026 · Attualità

Alla maturità fioccano 100 e lode, ma i dati INVALSI raccontano un’altra scuola: l’esame di Stato serve ancora?

Il Diploma celebra un percorso, ma non sempre certifica un’adeguata formazione. E se il vero esame arrivasse all’ingresso dell’Università?

Lo ammetto. Confrontando i dati sulla Maturità 2026 e le più recenti Prove INVALSI, sono rimasto disorientato.

In alcune regioni italiane (Calabria, Puglia e Campania) troviamo molti 100 e 100 e lode; negli stessi territori, però, le rilevazioni nazionali mostrano anche parecchi studenti in difficoltà nelle competenze di base. Qualcosa non torna. Da una parte c’è un diploma che dice: «Sei preparato benissimo». Dall’altra, una prova uguale per tutti che restituisce una fotografia molto meno rassicurante e completamente diversa. Allora chi ha ragione?

Lo dico chiaramente: non penso affatto che gli studenti del Sud siano meno intelligenti. E non credo che l’INVALSI possa misurare il valore di una persona. Un test verifica alcune competenze; non vede la creatività, la sensibilità, il talento o le battaglie che un ragazzo può avere affrontato. Ma riconoscere i limiti di uno strumento non significa ignorare ciò che ci mostra.

Se due termometri segnano temperature opposte, possiamo discutere su quale sia il più preciso. Prima o poi, però, dobbiamo capire se nella stanza fa caldo oppure no.

E quindi torno alla domanda: che cosa certifica davvero la maturità? Il valore di uno studente? No, per fortuna. La sua preparazione? Non sempre, se lo stesso voto può corrispondere a competenze molto diverse. La possibilità di frequentare l’università? Nella maggior parte dei casi, neppure quella.

Anch’io ricordo la maturità: l’ansia, i libri aperti fino all’ultimo istante, i professori che improvvisamente sembravano giudici di un talent. È un rito che rimane dentro. Ma una cosa può essere emozionante senza essere ancora utile. Quando quasi tutti gli studenti ammessi ottengono il diploma, quell’esame somiglia sempre più a una cerimonia molto stressante e poco capace di produrre risultati confrontabili.

E allora lancio una provocazione. Il diploma potrebbe essere assegnato valutando l’intero percorso scolastico e lo scrutinio conclusivo. Cinque anni raccontano uno studente meglio di pochi giorni caricati di ansia e retorica. L’esame di Stato, invece, potrebbe essere spostato all’ingresso dell’università, con prove nazionali e differenti per area di studio. Vuoi affrontare l’università? Devi possedere le basi necessarie per quel determinato percorso di studi. Vuoi scegliere ingegneria? Servono determinati strumenti matematici e logici. Vuoi studiare lettere? Comprensione, ragionamento e scrittura non possono essere dettagli.

Naturalmente dovrebbe essere un sistema serio, trasparente e accessibile. Non una gara riservata a chi può permettersi corsi privati costosissimi. Servirebbero preparazione gratuita, più possibilità di tentativo e percorsi alternativi chiari.

Perché «oggi non sei pronto» non significa «non vali». Significa che ti mancano alcune basi e puoi recuperarle — oppure scoprire una strada più adatta a te. Pensiamo, invece, a ciò che accade oggi. Un ragazzo esce dalle superiori con un voto altissimo. La famiglia è orgogliosa. L’università sembra il passo naturale: affitto, tasse, libri, viaggi. Poi arrivano gli esami non superati. Un cambio di facoltà, magari un secondo. Passano i mesi e nasce la domanda più dolorosa: «E se il problema fossi io?». Quel ragazzo non vede un sistema che lo ha valutato male. Vede se stesso come un fallimento. Si sente in colpa per il denaro speso, per il tempo passato e per le aspettative della famiglia.

Forse nessuno gli ha detto la verità quando quella verità poteva ancora aiutarlo. E sia chiaro: l’università non è l’unica strada per costruirsi una vita piena e dignitosa. Una scelta consapevole fatta a diciannove anni vale molto più di tre facoltà cambiate soltanto per paura di deludere qualcuno. Io non voglio una scuola più crudele. Voglio una scuola più sincera. Un voto credibile non è una condanna: è una bussola. Se indica sempre la direzione più rassicurante, anche quando è sbagliata, non ci sta proteggendo. Ci sta soltanto facendo perdere tempo.

Abolire la maturità è una provocazione. Ma le provocazioni migliori non servono a scandalizzare: ci costringono a guardare le cose da un’altra prospettiva.

Un voto alto può riempire d’orgoglio per qualche giorno. La consapevolezza, invece, può salvarci dallo spreco di un bene prezioso…Il tempo.

Ne ho parlato anche nel mio Podcast. GUARDA QUI L’EPISODIO

Max Poli — Dopo la Radio

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