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27 Ottobre 2026 · Mondo Radio

La mia bottega della radio: quello che porto dalla diretta in aula

Ogni mattina, su Radio Kiss Kiss, condivido il risveglio con chi sta andando al lavoro. Dal 12 novembre porterò questa esperienza nel nuovo corso di conduzione radiofonica di ART Roma. Con la voglia di condividere un mestiere che continuo ad amare, anche nei particolari che da fuori si vedono poco.

di Max Poli

Alle cinque del mattino, quando apriamo i microfoni de i Mattinieri, dall’altra parte c’è qualcuno che ha già cominciato la sua giornata. Sta guidando, raggiunge un magazzino, prepara un negozio prima dell’apertura. Magari ha dormito poco. Magari affronta una strada che conosce a memoria e gli fa piacere percorrerla in compagnia.

Io e La Leti entriamo lì, in quel pezzo di vita. È una cosa alla quale tengo molto: mentre noi siamo in studio, chi ci ascolta sta facendo altro. Ci concede attenzione dentro la propria giornata. Quell’attenzione va meritata, anche alle cinque del mattino.

È da qui che parto per raccontare il mio lavoro. Anche per spiegare che cosa mi piace portare in aula quando incontro persone che vorrebbero avvicinarsi alla radio.

La voce si sente subito. Il lavoro che c’è dietro, molto meno.

C’è una notizia da verificare, un argomento da scegliere, una domanda da trovare. C’è da capire se quello che interessa a me può interessare anche a chi ascolta e quale particolare possa farlo entrare nel discorso. A volte basta un esempio giusto. Altre volte bisogna togliere una premessa alla quale ci eravamo affezionati, perché allunga il percorso e fa perdere il punto.

Una frase scritta può essere riletta. In radio passa una volta. Se è troppo complicata, chi sta guidando difficilmente potrà fermarsi a ricostruirla.

Questo lavoro sulle parole mi appassiona. Mi piace cercare il modo più chiaro per raccontare qualcosa senza impoverirlo. Soprattutto quando il tema è serio: spiegare bene una notizia significa permettere a una persona di farsi un’opinione con qualche elemento in più.

Poi arriva la diretta e tutto quello che hai preparato incontra la realtà.

Un messaggio apre una strada alla quale non avevi pensato. Una risposta cambia il senso della domanda successiva. La persona che conduce con te coglie un particolare e capisci che vale la pena seguirlo. In quei momenti devi esserci, con la testa, anche mentre stai già pensando a quello che verrà dopo. Lavorare in coppia rende evidente quanto conti ascoltare. Con La Leti il ritmo nasce anche da questo: capire quando entrare, quando lasciare spazio, quando una pausa permette a una battuta di arrivare. Se aspetti soltanto il tuo turno per parlare, una parte della conversazione te la perdi.

E questa, fuori dalla radio, è già una lezione utilissima.

Succede in una riunione, in famiglia, durante un colloquio. Stiamo preparando la nostra risposta e intanto l’altro ci sta dicendo qualcosa che meriterebbe attenzione. Il microfono rende questo meccanismo più evidente. Ti costringe a farci i conti.

Per questo mi piace pensare alla formazione come a una bottega della radio.

Un posto nel quale si lavora insieme su cose concrete. Si prende un contenuto, si prova a raccontarlo, si registra. Poi ci si siede ad ascoltare quello che è successo davvero.

Nel riascolto emergono particolari che mentre parli sfuggono (in gergo tecnico lo chiamiamo Aircheck). Una frase cominciata senza sapere dove portarla. Il fiato che finisce prima del pensiero. Una parola ripetuta per prendere tempo. Oppure un passaggio riuscito, nel quale la voce trova il ritmo perché finalmente è chiaro che cosa si vuole dire.

Mi interessa fermarmi lì e capire insieme perché ha funzionato. Anche riconoscere ciò che viene bene aiuta a crescere.

Chi comincia può pensare di dover trovare subito una voce “da radio”. Io voglio lavorare sulla voce e sul modo di raccontare di quella persona. Capire dove si sente a proprio agio, quali argomenti la accendono, che cosa succede quando smette di controllare ogni parola e comincia a rivolgersi a qualcuno.

La tecnica serve a sostenere quel lavoro. Il respiro aiuta a finire una frase con calma. Una pausa dà il tempo di comprendere. Una buona articolazione evita che una parola importante si perda. Sono dettagli che cambiano l’esperienza di chi ascolta.

Servono anche quando dobbiamo spiegare un problema a un collega o presentare un progetto al quale teniamo. Avere chiaro il punto, scegliere un esempio comprensibile, accorgerci se l’altro ci sta seguendo: sono strumenti che ci portiamo dietro quando le cuffie sono già appoggiate sul tavolo.

Giovedì 12 novembre comincerà il nuovo corso di conduzione radiofonica e podcast di ART Roma. Ci incontreremo per otto lezioni, il giovedì dalle 17 alle 19, negli studi di Roma e online. Sarà l’occasione per fare proprio questo lavoro: preparare gli interventi, provarli al microfono e riascoltarli insieme.

Io porterò l’esperienza delle dirette e il mio modo di affrontarle. Porterò anche l’abitudine a chiedermi se un passaggio poteva essere più chiaro, se una domanda meritava più spazio, se in quel momento sarebbe stato meglio fermarsi e ascoltare.

È un’abitudine che considero parte del mestiere, anche dopo tanti anni.

Mi piace condividere la radio con chi vorrebbe farne un lavoro e con chi ci si avvicina per passione o semplice curiosità. C’è qualcosa di bello nel vedere una persona cominciare a dare ordine alle proprie idee, trovare il coraggio di esprimerle e riconoscersi nella propria voce.

La mia passione passa anche da qui. Dal poter aprire il lavoro, mostrarne i particolari, ragionare insieme su una prova e poi rifarla. Con pazienza, lasciando a ciascuno il tempo di capire e crescendo insieme.

La mattina successiva tornerò in onda. E quello che porto in aula continuerà a misurarsi con una persona che accende la radio mentre va al lavoro. È a lei che deve arrivare quello che facciamo.

Il programma e le modalità di partecipazione sono sulla pagina del corso di ART Roma.

Le immagini illustrative di questo articolo sono generate con l’IA. Non si tratta di fotografie dei fatti descritti.

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