
Non amo i bonus a pioggia. Ma so cosa significa dover pagare il mantenimento, trovare una nuova casa e continuare a mandare avanti la propria vita. Per questo considero giusto il contributo per l’affitto destinato ad alcuni genitori separati o divorziati.
Da quando è stata aperta la piattaforma del Ministero, mi sono chiesto quante persone potrebbero avere diritto a questo aiuto senza saperlo. La domanda si può presentare fino alle 12 del 28 ottobre: mancano pochi giorni, e conviene controllare subito i requisiti.
Lo dico anche per esperienza. Sono separato e conosco quella sensazione di dover far quadrare spese che, prese una per una, sembrano gestibili. Poi arriva il mantenimento, c’è l’affitto, ci sono le bollette, la spesa. E ci sono i figli, che hanno bisogno di presenza e stabilità, anche quando i genitori non vivono più sotto lo stesso tetto.
Per questo non mi convince l’idea che ogni aiuto pubblico sia automaticamente uno spreco o un regalo. I bonus distribuiti senza guardare a chi ne ha davvero bisogno non mi piacciono. Qui, però, si prova a intervenire su una difficoltà concreta: quando la casa familiare viene assegnata all’altro genitore, chi deve lasciare quell’abitazione può ritrovarsi a sostenere un nuovo affitto e, nello stesso tempo, a continuare a contribuire al mantenimento dei figli.
Il contributo può coprire il 50 per cento del canone, fino a un massimo di 6.000 euro. Non spetta a tutti e non è garantito a chiunque presenti domanda: ci sono requisiti precisi e una graduatoria, con risorse limitate.
Può fare domanda chi è separato o divorziato, non è assegnatario della casa familiare di proprietà e ha almeno un figlio a carico che non aveva ancora compiuto 21 anni il 7 ottobre 2026. Serve un contratto d’affitto registrato e intestato al richiedente. Il reddito individuale, calcolato sull’ultima dichiarazione disponibile, non deve superare i 35.000 euro. Bisogna inoltre essere in regola con gli obblighi di cura e mantenimento dei figli.
Ci sono altre condizioni da controllare: per esempio, non si devono possedere altri immobili residenziali nel Comune della casa familiare o nei Comuni vicini, entro 50 chilometri. Il contributo non è cumulabile con altri sussidi pubblici per analoghe finalità abitative e non possono richiederlo gli assegnatari di un alloggio di edilizia residenziale pubblica. È meglio leggere con calma tutti i requisiti prima di compilare la domanda, perché dichiarare di possederli non basta: devono essere effettivamente rispettati.
La richiesta si presenta online sulla piattaforma del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, accedendo con SPID, CIE o CNS. Prima di iniziare, preparerei il provvedimento di separazione o divorzio, il contratto registrato, l’ultima dichiarazione dei redditi e l’IBAN. Alla fine controllerei che la domanda risulti “COMPLETATA” e scaricherei il riepilogo. Il Ministero avverte che l’invio non è valido finché la procedura non è conclusa: meglio non ridursi all’ultimo momento.
So che c’è una graduatoria e che i fondi disponibili possono non bastare per tutti. Ma se pensi di avere i requisiti, io la domanda la farei. Non perché ogni contributo sia la soluzione, e nemmeno perché risolva il problema degli affitti. Perché, in una fase in cui si devono sostenere due case e si cerca di non far pesare la separazione sui figli, anche un aiuto parziale può alleggerire un mese difficile.
La casa non è una voce astratta in un bilancio. È il posto in cui un figlio arriva, trova le sue cose e può sentirsi a casa anche quando i genitori sono separati. Per me è giusto che una misura pubblica provi a proteggere anche questa possibilità.
Requisiti, importi e scadenza sono verificati sulle informazioni del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e sulla piattaforma ufficiale.
Max Poli
Le immagini illustrative di questo articolo sono generate con l’IA. Non si tratta di fotografie dei fatti descritti.
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