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23 Ottobre 2026 · Mondo Radio

La forza della radio: quando una voce diventa un’amica

Di Alessio Polimene

L’illusione della vicinanza: la radio come ridefinizione dei confini personali
Prendere le distanze dagli sconosciuti è un istinto naturale. Quando qualcuno che conosciamo si avvicina un po’ troppo, reagiamo immediatamente, a volte anche senza rendercene conto. Questo accade perché ci sono degli spazi che definiamo come nostri, entro cui decidiamo noi chi lasciar entrare. Questo concetto prende il nome di prossemica. In particolar modo, la prossemica viene studiata da Edward T. Hall.
Hall afferma che ognuno di noi ha una bolla prossemica, ossia una bolla che ci protegge a livello fisico da chi abbiamo intorno. Hall sostiene infati che si può capire la relazione che due individui hanno in base allo spazio fisico che c’è tra loro: più la relazione è intima, più due soggetti tenderanno a stare vicino. Lasciare che uno sconosciuto entri nel nostro spazio personale significa accettare una presenza concreta, capace di condizionare i nostri movimenti, il nostro campo visivo e la percezione del nostro ambiente.


La vicinanza fisica, dunque, richiede una negoziazione continua dei confini personali.
Ma cosa accade quando la presenza non è corporea, bensì sonora?
Senza accorgercene riscriviamo i confini della nostra bolla, lasciando che degli sconosciuti entrino all’interno del nostro spazio personale. Questo accade grazie alla radio. La radio riscrive i confini che noi stessi imponiamo. La facciamo stare sempre con noi, in macchina, a casa mentre ci rilassiamo, mentre cuciniamo e così viafin quando iniziamo ad avere un rapporto unilaterale con uno speaker, che a quel punto diventa un amico, anche se di lui non sappiamo nulla e conosciamo solo la voce. Magari quello speaker potremmo incontrarlo anche in situazioni quotidiane, mentre stiamo passeggiando o mentre siamo sulla metropolitana, ma non ce ne accorgeremmo.

Adesso immaginiamo una situazione in cui stiamo facendo la spesa e, mentre ci troviamo alla fila per la cassa, dietro di noi si trovi proprio quello speaker. In quel momento, tenderemmo comunque a mantenere le distanze da quella persona, non facendolo entrare all’interno della nostra bolla, solo perché inconsciamente non sappiamo che quella voce che ogni giorno ci accompagna e ci rallegra la giornata è proprio la sua. Associamo quella voce a determinati orari, abitudini, emozioni e situazioni della nostra vita. Lo speaker non è più soltanto una persona che trasmette contenuti: diventa parte di un rituale quotidiano, non di certo della spesa.


La radio in questo caso riesce quindi a riscrivere totalmente i confini che poniamo verso altri umani, ma perché accade questa cosa?
Accade per una combinazione unica di psicologia, fisiologia dell’ascolto e natura del mezzo radiofonico. Quando ascoltiamo la radio, il nostro cervello rielabora la presenza dell’altro attraverso diversi meccanismi che “ingannano” i nostri sistemi di difesa prossemici: la non presenza umana è il fattore principale, dato che la nostra bolla prossemica si attiva principalmente attraverso l’uso della vista. Il non vedere la minaccia che sta attraversando il nostro spazio personale non ci fa allarmare. Ne consegue che con la radio, dato che non c’è un contatto fisico materiale, il nostro cervello spegne il sistema di protezione prossemico. Inoltre, in un’interazione dal vivo con uno sconosciuto, siamo costretti a gestire il linguaggio non verbale: sguardi, postura, espressioni facciali. Questo richiede uno sforzo cognitivo e crea tensione sociale. La radio elimina il corpo. Senza la pressione di doversi mostrare o di dover rispondere, l’ascoltatore si sente completamente al sicuro.


La radio compie un inganno perfetto: usa il linguaggio dell’intimità spogliandolo di ogni pericolo fisico. Non riorganizza soltanto la prossemica, ma la smaterializza: trasforma lo sconosciuto da minaccia per il nostro spazio personale a compagno per la nostra solitudine.
Questa “prossemica dell’invisibile”, nata con la radio, continua oggi a evolversi nei podcast e nelle interazioni con le intelligenze artificiali. In una società in cui impariamo a fidarci sempre di più di ciò che ascoltiamo e sempre meno di ciò che tocchiamo, quanto ancora cambierà la definizione di cosa significa, davvero, stare “vicini” a qualcuno?

Le immagini illustrative di questo articolo sono generate con l’IA. Non si tratta di fotografie dei fatti descritti.

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