
La domanda è arrivata in radio: perché aumentano gli occupati e lo stipendio continua a rincorrere la spesa? Per rispondere bisogna guardare anche a come lavoriamo.
Più persone al lavoro e più soldi in tasca non vanno sempre insieme. Magari fosse così. La domanda che mi avete fatto in radio nasce proprio da qui: sentiamo che gli occupati aumentano, poi andiamo a fare la spesa e ci accorgiamo che lo stipendio continua a starci stretto. Come si tengono insieme queste due cose?
Ad agosto 2026, secondo i dati provvisori Istat, in Italia lavoravano 24 milioni e 352 mila persone: 291 mila in più di un anno prima, mentre rispetto a luglio il numero era rimasto sostanzialmente fermo. È una buona notizia. Sapere che lavoriamo in più, però, non basta a capire quanto valore produciamo in ogni ora di lavoro.
Questa mattina alla radio ho fatto l’esempio di una pizzeria. I numeri me li invento, così ci capiamo senza tirare fuori troppe formule. Un pizzaiolo prepara dieci pizze in un’ora. Il titolare ne assume un altro, altrettanto bravo, e insieme ne fanno venti. Abbiamo dato lavoro a una persona in più e raddoppiato le pizze. Le ore di lavoro sono diventate due, una per ciascuno: per ogni ora siamo ancora a dieci pizze.
Adesso cambiamo il forno, mettiamo gli ingredienti dove servono e insegniamo a usare bene gli strumenti. Quel pizzaiolo, da solo, riesce a fare quindici pizze nella stessa ora, buone come prima. Questo è un aumento della produttività. La stessa ora rende di più. Il pizzaiolo può anche essere stanco uguale, o magari meno, perché gli abbiamo tolto un po’ di lavoro inutile.
Nei conti economici si guarda al valore aggiunto per ora: dal valore di ciò che si produce si tolgono i beni e i servizi acquistati per produrlo. È diverso dall’utile del titolare. E, per misurare la crescita reale, si elimina l’effetto dei prezzi: alzare il prezzo della pizza, da solo, non ci rende più produttivi.
Il guaio italiano si vede nei numeri di molti anni. Tra il 1995 e il 2024, nei settori studiati dall’Istat, la produttività del lavoro è cresciuta in media dello 0,3% l’anno. In Francia dell’1%, in Germania dell’1,2%, nell’Unione europea a 27 Paesi dell’1,5%. Nel 2024 è perfino scesa dell’1,9%, secondo risultati preliminari, perché le ore lavorate sono cresciute più del valore prodotto. Attenzione alle date: questo rapporto arriva al 2024 e non copre tutta l’economia; gli occupati citati prima sono quelli di agosto 2026.
A me preme soprattutto evitare che la parola «produttività» diventi un rimprovero a chi lavora. Se per fare il proprio lavoro una persona deve aspettare ogni volta che si riavvii un computer vecchio e poi ricopiare a mano gli stessi dati in due programmi che non si parlano, a fine giornata avrà perso ore che nessuno le restituisce. Si è impegnata. Ha fatto quello che poteva. È il modo in cui le abbiamo chiesto di lavorare che va cambiato.
L’OCSE segnala, per l’Italia, il peso degli investimenti insufficienti e degli ostacoli che frenano la crescita delle imprese. Conta anche come vengono gestite. Abbiamo tante attività piccole, alcune bravissime; nella media, però, fanno più fatica a investire e raggiungono una produttività più bassa. Dire a un dipendente di fare di più serve a poco se chi guida l’azienda non mette mano a questi problemi.
Vale anche fuori dall’azienda. Se un camion impiega più tempo del necessario per arrivare, qualcuno paga quell’attesa. Se per aprire un reparto bisogna aspettare un’autorizzazione senza sapere quando arriverà, programmare diventa difficile. Vorrei che lo Stato si occupasse anche di questo: fare bene il proprio lavoro, così da permettere agli altri di fare il loro.
Poi guardiamo la busta paga. Qui la domanda arriva subito: quanto pesano le tasse? Pesano. Al titolare un dipendente costa più del netto che quel dipendente riceve, perché oltre alla paga lorda ci sono i contributi del datore; dal lordo si tolgono a loro volta contributi del lavoratore e imposte. Il conto effettivo va fatto sull’anno, considerando anche TFR e altri oneri.
Per avere un riferimento, nel 2025 l’OCSE calcolava per l’Italia un cuneo fiscale del 45,8% nel caso di un single senza figli con stipendio medio nazionale. Dentro quel modello, su 100 di costo del lavoro circa 54,2 restavano al lavoratore. Il resto era il peso di imposte e contributi, tenendo conto dei trasferimenti monetari. Quel 45,8% non è la trattenuta sul lordo di qualsiasi busta paga, e il modello non include ogni voce del costo reale sostenuto dall’azienda. Per quel caso tipo il cuneo era sceso rispetto al 2024 e restava sotto quelli di Francia e Germania.
Insomma, ridurre il peso sul lavoro può dare una mano. Io sono favorevole, purché si dica dove si trovano i soldi e a chi andrà il beneficio. Con quelle entrate si pagano anche pensioni e servizi. E il confronto con gli altri Paesi ci dice che, per spiegare i nostri stipendi, alle tasse dobbiamo aggiungere il resto.
Il resto lo conosciamo anche quando paghiamo alla cassa. Se il mio stipendio passa da 100 a 105 e la stessa spesa da 100 a 115, ho avuto un aumento e posso comprare meno. Tutto qui. Nel primo trimestre 2026 i salari reali italiani, cioè corretti per l’inflazione, erano saliti dell’1,3% rispetto a un anno prima, ma restavano del 6,1% sotto il primo trimestre 2021. Lo rileva l’OCSE. È una media sulle retribuzioni, non il netto di ognuno di noi.
Chi aspetta il rinnovo del contratto sente ancora di più il tempo che passa. A fine giugno 2026, secondo Istat, i dipendenti con il contratto nazionale da rinnovare erano circa 3,9 milioni. La Banca d’Italia, in uno studio uscito il 13 ottobre sui principali contratti del settore privato non agricolo, ha rilevato più ritardi nei rinnovi tra il 2000 e il 2025. Gli accordi aziendali e territoriali hanno compensato in parte i mancati aumenti dei minimi. In parte, appunto. Nel frattempo la spesa si paga ogni settimana.
Da chi governa vorrei una risposta che tenga insieme queste cose. E la chiederei anche a chi c’era prima o vorrebbe esserci domani, perché se il ritardo si accumula per decenni è difficile attribuirlo tutto a una sola maggioranza e pensare che basti cambiare chi siede al governo per vedere gli stipendi ripartire.
Per me la crescita viene prima di molte promesse. Se riusciamo a creare più valore, abbiamo più possibilità di pagare meglio il lavoro e sostenere la sanità, la scuola e la ricerca. Recuperiamo i soldi dell’evasione, togliamo gli sprechi, scegliamo meglio dove spendere. Ma occupiamoci anche di far crescere ciò che produciamo: il debito non può continuare a prendere il posto del valore che manca.
Un aiuto a chi è in difficoltà può servire subito. Lo abbiamo detto anche parlando del contributo per l’affitto ai genitori separati. Io quel sostegno lo considero giusto. Solo che, se torniamo alla pizzeria, insieme all’aiuto dobbiamo pensare a come cambiare quel forno, altrimenti fra un anno saremo ancora lì, con gli stessi limiti e gli stessi conti da far tornare.
La strada che condivido passa da più spazio per chi investe e dalla possibilità di crescere senza inciampare in regole poco chiare. Servono persone preparate, anche tra chi dirige. Serve concorrenza. Euro e globalizzazione hanno cambiato le condizioni per tutti, ma Francia e Germania hanno la nostra stessa moneta e una storia diversa nella crescita.
Max Poli
Le immagini illustrative di questo articolo sono generate con l’IA. Non si tratta di fotografie dei fatti descritti.
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